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Dal Diario di Cesare Pavese

Ciò che l’uomo cerca nel piacere è un infinito e nessuno rinuncerebbe mai alla speranza di conseguire questo infinito.


Quando gli hanno annunciato che avrebbe vinto il premio "Strega"
Hai ottenuto il dono della fecondità, sei signore di te, del tuo destino, sei celebre come chi non cerca d’esserlo. Eppure tutto ciò finirà. Questa tua profonda gioia, questa ardente sazietà è fatta di cose che non hai calcolato, ti è data. Chi, chi chi ringraziare, chi bestemmiare il giorno che tutto questo finirà?
La sera della festa per il conferimento del premio
A Roma, apoteosi, e con questo?

E’ una cosa grande il pensiero che nulla a noi sia dovuto. Qualcuno ci ha mai promesso qualcosa? E allora, perchè attendiamo?

Pavese

Il ballo

Una volta due classi hanno organizzato come festa di fine anno una serata di cena e di danze al Poliven, una trattoria sulla Vicentina, mi pare. Finito di mangiare si sono messi a ballare; ed era una bella scena, perché ballavano bene, si notavano cose che l’immobilità nei banchi impediva di vedere durante l’anno, invece lì venivano fuori. Un certo modo di sorridere, che non avevo mai visto in faccia al tale o alla tale, una certa agilità che non mi sarei mai immaginato da una “cicciona” eccetera. Io ero lì da solo perché non sapevo ballare- non solo perché non ero capace: sono entrato in seminario a dieci anni e ho dovuto disimparare quel poco che mia zia, che aveva quasi la mia età aveva cercato di insegnarmi. A un certo punto mi sono alzato e ho detto:”Fermatevi ragazzi, questo spettacolo è bellissimo, se voi questa sera foste al mio posto, lo godreste di più, perché lo vedreste non dall’esterno, ma da un interno che è esterno, da un interno che prende tutto, che abbraccia tutto. Ma c’è  una cosa che io ho e qui purtroppo non c’è,una cosa che fa superiore me a voi, fa più intelligente me di voi, fa più cordiale me che voi, mi fa godere della vostra danza più di quanto non la godiate voi.. Adesso è bello, accoppiati, vi rigiriate in questi modi, ma tra tre quarti d’ora al massimo tornerete a casa e proverete quel che avete già provato, tutte le volte che siete andati a ballare, quando vi lasciate sulla porta di casa. quell’ottusità, quell’ombra,quella “trapunta” che ci scende sulla testa (non la si guarda, ma se la si guardasse impaurirebbe),quello stringimento di cuore, che non senti senza guardarlo, ma è già presente adesso mentre ballate, è già dentro di voi. Se non ve ne accorgete, è perché non ci pensate: perciò , non vi conoscete, mentre ballate non vi conoscete, dimenticate. Ma questo non è umano, sono più umano io che non dimentico e vedo questo filo di tristezza che si avvinghia alle vostre caviglie e vi lega e che a casa vostra sarà diventato una gomena, una catena, da cui vi libererete dormendo. Ma al mattino, ricominciando come se fosse tutt’altra vita, la ritroverete identica, e sarà un peso sopra l’altro. Invece, accorgervi di questa tristezza adesso, mentre ballate, diventa una cosa d’una finezza, d’una grandezza che fa capire cos’è la vita: una cosa bella,  espressivamente sempre migliorabile; ma per farla bella, migliorabile, deve stare al tempo, deve essere sacrificata. Per stare al tempo bisogna sacrificarsi. D’altronde, se si balla senza l’idea l’uno dell’altro ci si pestano i piedi, non è più bello. E’ questa tristezza che vi obbliga a fare i passi insieme, a stare al tempo della musica che vi viene suonata. Questa stessa tristezza che vi obbliga a fare i passi insieme, a stare al tempo della musica che vi viene suonata. Questa stessa tristezza vi porta su una macchina, vi porta a casa, ma non è una tristezza chiusa, davanti alla quale sta la notte, è una tristezza davanti alla quale sta la notte col cielo stellato, ed è il cielo stellato che in tutti i secoli della storia ha guidato il desiderio dell’uomo per delle avventure senza fine, per una conoscenza senza ostacoli”.

E’ la tristezza il segno della grandezza dell’uomo, perché, per quanto tu sia impegnato, soddisfatto non lo sei mai, qualunque cosa tu sia. La tristezza è quello che chiamiamo “punto di fuga”.

Dannazione

Chiuso fra cose mortali
(Anche il cielo stellato finirà)
Perché bramo Dio?
(G.Ungaretti,)

... e ora, che ne sarà
del mio viaggio?
Troppo accuratamente l’ho studiato
senza saperne nulla. Un imprevisto
è la sola speranza. Ma mi dicono
ch’è una stoltezza dirselo.


Montale

... non so perché esisto, lavoro, do lezioni, scrivo. Qualcuno dice: "E' logico che sia così". Altri invece :"E' assurdo". C'è chi mi ammira, c'è chi mi considera pazzo.
Talvolta penso che questa vita sia una stupida favola... non accade nulla: nulla che mi interessi. Vivo nell'attesa. Da sempre, la mia vita è in attesa di qualcosa, di un catastrofe, di una gioia, di qualcosa che sia grande e bello... vivo per qualcosa d'altro. Non so che cosa sia quest'altro, ma vivo nell'attesa di qualcosa...
questo silenzio è insopportabile. perchè non accade qualcosa, qualche cosa di tragico, di terribile, di impensato? Il cuore mi batte come una campana a martello, i pensieri  danzano davanti a me come ali nere di uccelli paurosi.

( Van der Meer, diario)

Dall'immagine tesa


Dall'immagine tesa
vigilo l'istante
con imminenza di attesa
e non aspetto nessuno:

nell'ombra accesa
spio il campanello
che impercettibile spande
un polline di suono-
e non aspetto nessuno.

Tra quattro mura
stupefatte di spazio
più che un deserto
non aspetto nessuno.

ma deve venire,
verrà , se resisto
a sbocciare non visto,
verrà d'improvviso,
quando meno l'avverto:

verrà quasi perdono
di quanto fa morire,
verrà a farmi certo
del suo e mio tesoro,

verrà come ristoro
delle mie e sue pene,
verrà, forse già viene
il suo bisbiglio.

(C.Rebora)

Il non poter essere soddisfatto da alcuna cosa terrena, nè per dir così, dalla terra intera; considerare l’ampiezza inestimabile dello spazio, il numero e la mole meravigliosa dei mondi, e trovare che tutto è poco e piccino  alla capacità dell’animo proprio; immaginarsi il numero dei mondi infinito, e l’universo infinito, e sentire che l’animo e il desiderio nostro sarebbe ancor più grande che sì fatto universo; e sempre accusare le cose d’insufficienza e nullità, e patire mancamento e vòto, e però noia, pare a me maggior segno di grandezza e nobiltà che si vegga nella natura umana.

dai “Pensieri” di Leopardi)

SPROPORZIONE E ATTESA

E a noi, cosa manca?

Ho allevato gazzelle a Juby. Tutti abbiamo allevato gazzelle, laggiù. Le chiudevamo in una casa di graticolato, all’aria aperta, poiché le gazzelle hanno bisogno dell’acqua corrente dei venti, e nulla è più fragile di loro. Tuttavia, catturate giovani, sopravvivono, e vi brucano in mano. Si lasciano accarezzare e affondano il muso umido nella palma della vostra mano. Le crediamo addomesticate. Crediamo di averle messe al riparo dal dolore sconosciuto che spegne silenziosamente le gazzelle e ad esse procura una morte tenerissima… Ma viene il giorno in cui le trovate che premono le loro piccola corna contro il recinto, nella direzione del deserto. Sono calamitate. Non sanno di fuggirvi. Vengono a bere il latte che recate. Si lasciano ancora accarezzare, affondano ancora più teneramente il muso nella vostra palma… Ma appena le lasciate andare, vi accorgete che dopo una parvenza di galoppo felice, sono ricondotte contro il graticolato. E se non intervenite ulteriormente, rimangono là, senza tentare neppure di lottare contro la barriera, ma solo premendo contro di essa, a testa bassa, con le piccole corna, fino a morire. Sarà dovuto alla stagione degli amori o al semplice bisogno di un grande galoppo a perdifiato? Non lo sanno. Quando ve le hanno catturate, non avevano ancora aperto gli occhi. Nulla sanno della libertà delle sabbie, come dell’odore del maschio. Ma voi siete molto più intelligenti. Ciò che cercano voi lo sapete, si tratta delle distesa che le farà complete. Vogliono diventare gazzelle e danzare la loro danza. A centotrenta chilometri all’ora, vogliono conoscere la fuga rettilinea, spezzata da bruschi scatti come se, qua e là, dalla sabbia uscissero fiamme. Che importano gli sciacalli, se la verità delle gazzelle sta nel gustare la paura che, sola, le costringe a superare se stesse ed estrae da loro i più alti volteggi! Che importa il leone, se la verità delle gazzelle sta nell’essere squarciate da una zampata nel sole! Le guardate e pensate: eccole prese dalla nostalgia. La nostalgia è il desiderio di non si sa che… L’oggetto del desiderio esiste, ma non ci sono parole per esprimerlo.
E, a noi, che cosa manca?

(Terra degli uomini, di Antoine de Saint-Exupery, Mursia, 2013, pp. 151-152)